
L’esposizione dei linfociti alla microgravità dell’ambiente spaziale provoca un aumento di apoptosi, un tipo di morte cellulare programmata che le cellule umane usano per regolare fenomeni critici come risposta immunitaria, crescita tumorale e differenziamento cellulare.
Lo ha confermato un esperimento condotto sulla Stazione Spaziale Internazionale. Un successo
nell’esecuzione tecnica dei protocolli sperimentali e dal punto di vista del significato scientifico, commenta il responsabile scientifico, Mauro Maccarrone - direttore del Dipartimento di Scienze biomediche comparate dell’Università di Teramo.
L’esperimento Roald - avviato per verificare il fenomeno della perdita delle difese immunitarie da sempre osservata negli astronauti - aveva raggiunto la Stazione Spaziale il 12 ottobre 2008 a bordo della navicella Soyuz 17S, lanciata dalla base di Bajkonur, in Kazakistan.
"In particolare" spiega Maccarrone "Roald è stato concepito per verificare se le cellule immunitarie umane (linfociti circolanti nel sangue) subissero apoptosi mediante un meccanismo regolato da una proteina specifica: la lipossigenasi".
I risultati dell’analisi dei campioni spaziali, condotta da Natalia Battista dell’Università di Teramo, dimostrano che i linfociti subiscono un aumento di apoptosi se esposti a microgravità e suggeriscono che l’induzione di morte programmata sia dovuta proprio a un’attivazione precoce della lipossigenasi nelle cellule esposte all’ambiente spaziale.
Ora Roald attende l’esito di esperimenti di supporto in microgravità simulata, in esecuzione presso l’Università di Sassari, partner del progetto.